Daniele Montecchi
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Paura dell'intelligenza artificiale: è davvero pericolosa?

Un fornitore mi ha detto che l'AI è "proprio pericolosa". Sondaggi e studi alla mano: quanto è fondata la paura dell'intelligenza artificiale?
Paura dell'intelligenza artificiale: è davvero pericolosa?

"Ah, questa intelligenza artificiale... ragazzi, veh che è proprio pericolosa."

Me l'ha detto un fornitore, qualche giorno fa. Nessun esempio, nessun argomento a sostegno: solo la sensazione. Mi è rimasta in testa perché è un modo molto comune di parlare della paura dell'intelligenza artificiale: generica, data per scontata, come se fosse ovvia per tutti. I dati, come si vedrà, dicono che non lo è affatto.

La domanda che quella frase lascia aperta è semplice: pericolosa in che senso? Ho provato a mettere in fila cosa dicono i sondaggi sulle paure degli italiani e cosa dicono i dati su quanto quelle paure siano fondate. Il risultato è meno rassicurante di quanto vorrebbero gli entusiasti, e molto diverso da quello che immagina chi teme i robot.

Gli italiani hanno paura dell'intelligenza artificiale?

Meno di quanto si pensi, almeno nel confronto con gli altri paesi. L'Ipsos AI Monitor 2026, pubblicato a giugno con interviste in 32 paesi, mette l'Italia sotto la media su quasi tutte le domande che misurano la paura.

Italia e media di 32 paesi a confronto nell'Ipsos AI Monitor 2026: nervosismo, entusiasmo, timore di perdere il lavoro e fiducia sulla protezione dei dati

Domanda (Ipsos AI Monitor 2026) Italia Media 32 paesi
L'AI mi rende nervoso 45% 50%
L'AI mi entusiasma 47% 51%
È probabile che l'AI sostituisca il mio lavoro entro 5 anni 28% 35%
Mi fido che le aziende che usano l'AI proteggano i miei dati 61% 47%

Altri sondaggi raccontano una storia diversa. Secondo lo studio KPMG e Università di Melbourne del 2025, l'84% degli italiani è preoccupato per i possibili effetti negativi dell'AI e solo il 40% è disposto a fidarsi. Pew Research colloca l'Italia tra i paesi in cui la quota di chi è più preoccupato che entusiasta è più alta, intorno alla metà della popolazione.

La tendenza, però, è chiara. SWG fa la stessa domanda dal 2020, e l'ultima rilevazione, di metà settembre, dice che il giudizio positivo sull'intelligenza artificiale è sceso dal 68% al 49%, mentre quello negativo è salito dal 23% al 45%. Solo il 6% la considera estremamente pericolosa: la maggior parte di chi è preoccupato la ritiene "utile solo in alcuni casi, ma ad alto rischio".

Il giudizio positivo degli italiani sull'intelligenza artificiale nei sondaggi SWG, dal 68% del 2020 al 49% di settembre 2026

Non è un fenomeno solo italiano. Negli Stati Uniti, secondo Pew Research, a giugno il 52% degli adulti si diceva più preoccupato che entusiasta, contro il 37% del 2021, e per la prima volta la maggioranza è arrivata anche tra gli under 30.

Le domande dei vari istituti sono diverse e i numeri non si sommano. E soprattutto i sondaggi misurano quello che le persone percepiscono, non quanto un rischio sia reale: dicono quanta paura c'è, non se è giustificata. Per quello servono altri dati, che vediamo paura per paura. Prima, però, un numero che mette i sondaggi in prospettiva.

Il paradosso italiano: preoccupati, ma senza averla provata

Secondo Istat, nel 2025 ha usato strumenti di AI generativa il 19,9% degli italiani tra i 16 e i 74 anni, contro il 32,7% della media europea. Siamo penultimi in Europa, davanti alla sola Romania.

La parte interessante è il perché. Tra chi non l'ha mai usata, il 59,9% dice di non averne avuto bisogno e il 21,6% di non saperla usare. Solo il 5,5% si è fermato per timori legati alla sicurezza o alla protezione dei dati.

Quindi la paura, in Italia, è soprattutto una sensazione: arriva dai telegiornali, dai titoli, dai discorsi al bar. Raramente nasce da un'esperienza diretta. È lo stesso tono della frase del mio fornitore, ed è il motivo per cui vale la pena separare le paure una per una.

La paura numero uno: l'intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?

È la più diffusa e la più comprensibile. Il nono Rapporto Eudaimon-Censis, presentato a fine luglio, dice che il 42,6% dei lavoratori italiani teme che l'AI prenda il posto delle persone. Negli Stati Uniti, secondo Gallup, il 79% si aspetta meno posti di lavoro nei prossimi dieci anni, e per Pew il 71% ne prevede meno nei prossimi venti.

Qui conviene distinguere due cose che i giornali mescolano di continuo: quello che è già stato misurato e quello che è previsto.

Cosa dice Fonte
Misurato Tra i 22 e i 25 anni, nei mestieri più esposti all'AI, l'occupazione è del 19% più bassa di quella dei coetanei nei mestieri meno esposti (era il 13% nella prima versione dello studio, un anno fa). Nessun effetto sui lavoratori esperti Stanford, aggiornato ad agosto 2026
Dichiarato Nel primo semestre 2026 le aziende americane hanno citato l'AI in 101.743 annunci di tagli, circa il 23% del totale Challenger, luglio 2026
Previsto Un lavoratore su quattro nel mondo ha un'occupazione esposta all'AI generativa, ma solo il 3,3% nella fascia di esposizione più alta: l'effetto più probabile è la trasformazione del lavoro ILO, maggio 2025
Previsto Entro il 2030, 170 milioni di posti creati e 92 milioni eliminati World Economic Forum, gennaio 2025

Il dato di Challenger va letto con cautela: sono le motivazioni che le aziende scrivono nei comunicati, e "l'AI" in un comunicato suona meglio di "abbiamo assunto troppo". Quello di Stanford invece è misurato sulle buste paga, ed è il più serio: dice che il primo impatto non è sul lavoratore con vent'anni di esperienza, ma sul ragazzo che cerca il primo impiego. E che il calo si concentra dove l'AI sostituisce i compiti, mentre dove li affianca l'occupazione tiene o cresce. In un anno il divario si è allargato.

L'Anthropic Economic Index di gennaio aggiunge un dettaglio utile: su Claude.ai il 52% degli usi affianca la persona nel lavoro, il 45% automatizza il compito. Quando le aziende lo usano via API, l'automazione sale intorno al 75%. Tradotto: chi usa l'AI da solo tende a farsi aiutare, le aziende tendono a sostituire passaggi interi.

La paura del lavoro è fondata, ma non nella forma in cui viene raccontata. Il rischio concreto oggi non è la disoccupazione di massa: sono meno porte d'ingresso per chi inizia, e mansioni che spariscono dentro lavori che restano.

Non è la prima volta

Nel 1930 John Maynard Keynes scriveva della "disoccupazione tecnologica" come di una "fase temporanea di disadattamento". L'economista James Bessen ha studiato il caso degli sportelli bancomat negli Stati Uniti: tra il 1985 e il 2002 sono passati da circa 60.000 a oltre 350.000, e nello stesso periodo i cassieri di banca non sono diminuiti, sono leggermente aumentati, perché aprire una filiale costava meno e il loro lavoro si è spostato sulla consulenza.

Ogni parallelo storico, però, ha un limite: le tecnologie del passato toccavano soprattutto il lavoro manuale e ripetitivo, mentre questa tocca proprio il lavoro di chi scrive, analizza e decide. Ed è molto più veloce.

Il pericolo più concreto: truffe e deepfake

Tra tutte, è la paura con più prove a sostegno: casi documentati, denunce, soldi persi.

A febbraio 2025 qualcuno ha clonato la voce del ministro della Difesa Guido Crosetto e ha chiamato alcuni dei più noti imprenditori italiani chiedendo soldi per liberare dei giornalisti rapiti. Massimo Moratti ha pagato circa 980.000 euro, poi bloccati su un conto olandese, come ha ricostruito Sky TG24. Un anno prima un dipendente della società di ingegneria Arup a Hong Kong aveva trasferito l'equivalente di 25 milioni di dollari dopo una videochiamata in cui tutti i "colleghi" erano deepfake.

Non serve essere un imprenditore famoso. Secondo i dati della Polizia Postale riportati da Milano Finanza, tra gennaio e agosto 2025 le truffe online sono state circa 12.000, per 143 milioni di euro sottratti. Il falso trading online è il 29% dei casi ma l'81% dei soldi persi, e nelle pubblicità usate per attirare le vittime comparivano video falsi della presidente del Consiglio.

L'Europol, nel suo rapporto sulla criminalità organizzata del 2025, lo dice in modo chiaro: l'AI non inventa crimini nuovi, rende più efficaci quelli che c'erano già.

Tre difese che funzionano anche senza saperne niente di tecnologia

Una parola d'ordine in famiglia. Se una voce che sembra quella di un figlio o di un genitore chiede soldi con urgenza, si chiede la parola concordata. Una voce clonata non la conosce.

Richiamare sempre. Chiudere e ricomporre il numero che si ha in rubrica, non quello da cui arriva la chiamata.

Diffidare dei volti noti che promettono guadagni. Nessun politico, giornalista o imprenditore famoso pubblicizza piattaforme di investimento sui social. Se succede, è un video falso.

Disinformazione ed elezioni: il rischio è la confusione

Secondo lo studio KPMG, il 50% degli italiani teme elezioni manipolate dall'AI e il 67% non sa più se fidarsi dei contenuti che trova online. Le analisi del Centre for Emerging Technology and Security dell'Alan Turing Institute sulle elezioni del 2024 non hanno trovato prove che l'AI ne abbia cambiato gli esiti. Hanno però trovato altro: contenuti che rafforzano convinzioni già esistenti e alimentano confusione e odio online.

Il danno, quindi, è più sottile del voto manipolato. È l'abitudine a non credere più a niente, anche ai video veri.

Rischi per la privacy: la paura che in Italia fa meno paura

È la paura su cui gli italiani sono più tranquilli della media: il 61% si fida che le aziende proteggano i propri dati, contro il 47% dei 32 paesi Ipsos. Eppure è anche quella su cui le autorità italiane sono intervenute di più. Il Garante per la privacy ha multato OpenAI per 15 milioni di euro a dicembre 2024, ha bloccato DeepSeek a gennaio 2025 e ha sanzionato per 5 milioni l'app Replika nel 2025.

Qui la paura è mal indirizzata più che esagerata: il problema sta meno nell'AI che "ci spia" e più nelle cose che le raccontiamo noi, dai documenti di lavoro incollati in una chat ai dati sanitari.

"Ci renderà più stupidi?"

C'è poi una paura che riguarda soprattutto chi l'AI la usa già. Due studi vengono citati di continuo. Il primo è del MIT, "Your Brain on ChatGPT": chi scriveva saggi con ChatGPT mostrava meno attività cerebrale e ricordava peggio quello che aveva scritto. È uno studio su 54 persone e non è ancora passato dalla revisione tra pari. Il secondo è di Microsoft e Carnegie Mellon, presentato a CHI 2025 su 319 lavoratori: più ci si fida dell'AI, meno si esercita il pensiero critico.

Ne avevo parlato a proposito delle allucinazioni e della fiducia cieca nelle risposte dell'AI: il rischio sta nel delegare anche il controllo. La stessa paura ce l'hanno i ragazzi. In un'indagine di INDIRE presentata a settembre su 5.342 studenti, il 94% usa l'AI, l'84% anche per i compiti, e il 44% teme che riduca la propria capacità di pensare in autonomia. Più della metà, il 53%, l'ha usata almeno una volta per confidarsi o sfogarsi.

Gli studi sono piccoli o basati su quello che le persone dichiarano, ma vanno tutti nella stessa direzione: il rischio cresce quando l'AI sostituisce il ragionamento invece di accompagnarlo. Lo studio di Microsoft lega il calo del pensiero critico proprio alla fiducia nello strumento, non al suo uso in sé.

È la fine dell'umanità?

È la paura che fa più titoli. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la fisica nel 2024 e tra i padri delle reti neurali, ha stimato alla BBC, come ha riportato il Guardian, tra il 10 e il 20% di probabilità che l'AI porti all'estinzione umana nei prossimi trent'anni. Yoshua Bengio a giugno 2025 ha fondato LawZero, un'organizzazione per sviluppare sistemi più sicuri, citando segnali di inganno e autoconservazione nei modelli più avanzati.

Dall'altra parte, Yann LeCun ha definito questi scenari "una sciocchezza totale", e due ricercatori di Princeton, Arvind Narayanan e Sayash Kapoor, sostengono che l'AI vada trattata come una "tecnologia normale", potente ma destinata a diffondersi lentamente, come l'elettricità.

Su questo gli esperti non sono d'accordo, e oggi non esiste un dato misurabile che dia ragione agli uni o agli altri. Quello che si può misurare è un'altra cosa: l'International AI Safety Report, firmato da oltre cento esperti e aggiornato a febbraio 2026, mette tra i rischi già presenti le frodi e gli attacchi informatici. È lo stesso motivo per cui ad aprile Anthropic ha deciso di non rendere pubblico il suo modello più capace, come raccontavo parlando di Project Glasswing: era troppo bravo a trovare falle nel software. Sono rischi che toccano le persone oggi, non tra trent'anni.

Rischi e pericoli dell'intelligenza artificiale: quanto è concreta ogni paura

Paura Quanto è concreta oggi Cosa la rende tale
Truffe e deepfake Molto Casi documentati, milioni di euro persi, anche in Italia
Lavoro In parte Meno assunzioni per i più giovani nei mestieri esposti; disoccupazione di massa non misurata
Perdita di capacità In parte Studi piccoli o basati su dati autodichiarati, ma coerenti tra loro
Disinformazione In parte Più confusione e sfiducia che voti spostati
Privacy In parte Interventi reali del Garante; il rischio dipende da cosa condividiamo
Estinzione Incerta Esperti divisi, nessuna evidenza misurabile

Le regole arrivano, lentamente

Una parte della paura nasce dalla sensazione che nessuno controlli niente. Non è del tutto vero. L'AI Act europeo è in vigore dal 1° agosto 2024: i divieti più gravi valgono da febbraio 2025, le regole per i grandi modelli da agosto 2025. In Italia la legge 132 del 2025 ha introdotto un reato specifico per chi diffonde deepfake che causano un danno, punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Ma le regole corrono più piano della tecnologia: a fine luglio il regolamento europeo noto come "Digital Omnibus" ha rinviato al 2027 e al 2028 gli obblighi per i sistemi ad alto rischio, che in parte sarebbero dovuti scattare il 2 agosto. E gli italiani le regole le vogliono: nel sondaggio SWG il 46% chiede di andare avanti con controlli più rigidi, e solo il 5% pensa che la corsa non vada rallentata.

Domande frequenti sulla paura dell'intelligenza artificiale

Perché l'intelligenza artificiale fa paura?

Perché cambia in fretta e se ne parla soprattutto attraverso titoli e film. I dati Istat mostrano che in Italia solo il 19,9% delle persone tra i 16 e i 74 anni l'ha usata: per la maggior parte è una tecnologia conosciuta per sentito dire. E secondo SWG il giudizio è peggiorato proprio negli anni in cui se ne è parlato di più: quello positivo è sceso dal 68% del 2020 al 49% del 2026.

L'intelligenza artificiale è pericolosa per l'uomo?

In alcuni modi sì, e sono documentati: truffe con voci e video falsi, un calo delle assunzioni per i più giovani nei mestieri più esposti, rischi per i dati personali. Altri pericoli molto citati, come l'estinzione dell'umanità, dividono gli esperti e non hanno oggi prove misurabili.

Quali sono i rischi dell'intelligenza artificiale più concreti oggi?

Le truffe con deepfake e voci clonate sono il rischio con più prove: casi come quello del falso Crosetto e, secondo la Polizia Postale, 116 milioni di euro sottratti con il falso trading online solo tra gennaio e agosto 2025. Seguono gli effetti sul lavoro dei più giovani e la perdita di capacità di ragionamento quando ci si affida troppo allo strumento.

L'intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?

Per ora i dati misurati non mostrano una disoccupazione di massa. Mostrano un effetto più mirato: secondo Stanford, tra i 22 e i 25 anni l'occupazione nei mestieri più esposti è del 19% più bassa rispetto ai coetanei, mentre i lavoratori esperti non sono stati toccati.

Quali sono i rischi dell'intelligenza artificiale a scuola?

Secondo l'indagine INDIRE il 94% degli studenti usa l'AI e il 44% teme che riduca la propria capacità di pensare in autonomia. Gli studi disponibili collegano il rischio all'uso che sostituisce il ragionamento, non all'uso in sé.

Come ci si difende dalle truffe fatte con l'intelligenza artificiale?

Con tre abitudini: una parola d'ordine concordata in famiglia per le richieste urgenti di soldi, richiamare sempre il numero salvato in rubrica, e diffidare di qualunque volto noto che sui social promette guadagni facili.

Una paura giusta, ma senza argomenti

Messe in fila le prove, la frase del mio fornitore non è sbagliata: è immotivata. I dati dicono che l'intelligenza artificiale è pericolosa soprattutto quando arriva su un telefono con la voce di un parente o la faccia di un politico, non quando compare nei film. E che sul lavoro, per ora, pesa di più su chi cerca il primo impiego che su chi ce l'ha già.

Le paure generiche hanno un difetto: non dicono cosa fare. Quelle precise sì. Una parola d'ordine in famiglia, un numero da richiamare, un po' di diffidenza verso i video troppo perfetti e l'abitudine a verificare quello che l'AI ci risponde valgono più di qualunque dibattito sull'estinzione.

E nelle conversazioni intorno a voi, quando qualcuno dice che l'intelligenza artificiale è pericolosa, quale motivo porta? E ne porta uno?

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